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VIOLENZA NELLE CARCERI, LA STRADA È UNA SOLA: TORNARE SUBITO AGLI STATI GENERALI

Sulla gravità inaudita delle violenze perpetrate da pubblici ufficiali in danno di detenuti affidati alla loro sorveglianza e protezione, si è detto e ribadito tutto ciò che si poteva e si doveva, almeno da parte di chi ha davvero a cuore i valori fondativi del nostro patto sociale. Picchiare ed umiliare gli inermi è già perciò stesso una infamia; ma che a farlo siano coloro che rappresentano lo Stato e dunque la sua cruciale funzione di sorveglianza, protezione e rieducazione delle persone detenute nelle proprie carceri, supera ogni limite dell’umanamente tollerabile.

Benissimo la invocazione della “Costituzione tradita”, opportunamente espressa dalla Ministra Cartabia. Ora però alle parole di ferma condanna occorre far seguire una risposta seria ed efficace, ciò che necessariamente presuppone la comprensione, lucida e coraggiosa, di cosa esattamente sia accaduto, e perché. Vedo infatti che la narrazione politica e mediatica della vicenda si va pericolosamente orientando, con poche eccezioni virtuose, verso l’odioso diversivo delle “mele marce”. Ci troveremmo di fronte, insomma, ad un gruppo di agenti penitenziari i quali, affratellati da una comune indole sadica e violenta, assumono spontaneamente una iniziativa punitiva quale reazione alle rivolte dei detenuti esplose, come tutti ricordiamo, in varie carceri contro le restrizioni connesse alla improvvisa esplosione della pandemia e per la tutela del diritto alla salute.

Si tratta di una idea irresponsabilmente lontana dalla realtà. A seguito di quelle rivolte -che ovviamente vanno sempre doverosamente governate e punite, sia ben chiaro- giunsero da molte carceri italiane, attraverso familiari ed avvocati dei detenuti, denunce inequivoche di violenti pestaggi. D’altronde, vi furono addirittura una decina di morti tra i detenuti, sorprendentemente tutte giustificate -tutte!- come dovute ad abuso di metadone sottratto dai rivoltosi alle infermerie delle carceri. E sarà bene ricordare le esplicite responsabilità che il Governo Conte ed il Ministro di Giustizia Bonafede si assunsero nel rifiutare sostanzialmente ogni plausibile e rigorosa istruttoria su quanto accaduto.

D’altronde, basta leggere sia le cronache di allora, sia quelle di questi giorni (Bologna, Melfi), per comprendere che una sola cosa ha fatto la differenza con Santa Maria Capua Vetere: le telecamere di servizio dimenticate accese nel carcere campano durante la mattanza. Le carceri italiane operano oltre ogni limite di civile decenza, un inferno sia per i detenuti, sia per il personale amministrativo e gli agenti di custodia, costituendo perciò stesso il naturale terreno di coltura di violenze pronte ad esplodere al primo innesco. Il disinteresse totale dello Stato per la finalità rieducativa della pena e per la riqualificazione professionale e strutturale dell’Amministrazione penitenziaria, nasce da anni di incuria, ma con i due Governi del giurista Conte -il famoso “punto di riferimento dei progressisti italiani”- è stato addirittura rivendicato da M5S e Lega, e pavidamente quanto irresponsabilmente tollerato innanzitutto dal Partito Democratico.

Non dimentichiamo d’altro canto che alla fine della scorsa legislatura il Ministro della Giustizia Orlando e tutta la maggioranza di governo uscente, dopo avere acquisito il grande merito di avere scritto -all’esito di tre formidabili anni di Stati Generali della esecuzione penale- il più importante e condiviso progetto di riforma delle carceri e della pena degli ultimi 30 anni- si assunse la responsabilità, per mediocre calcolo elettorale, di non approvarlo come avrebbe potuto e dovuto, terrorizzato dall’onda populista e giustizialista che montava. Quel grande progetto di riforma fu subito affossato dal primo governo a guida del prof. Conte, nel nome di una idea barbara ed analfabeta di “certezza della pena”, e mai più rivendicato dai nuovi partners del secondo Governo guidato dal leader progressista di Volturara Appula, i quali anzi accettarono supinamente l’inaudito insabbiamento ispettivo di quanto accaduto in quei drammatici giorni.

C’è un solo modo per uscire da questa vergogna: rivendicare con orgoglio il lavoro di quei tre anni di Stati Generali, e finalmente pretenderne la riesumazione. Nessuno si illuda di poter liquidare questa drammatica vicenda con il solito espediente delle “mele marce”, e certamente, per quanto nelle nostre forze, i penalisti italiani saranno impegnati a non consentirlo.

253Filippo Querci, Olivia de Paris e altri 251Commenti: 17Condivisioni: 131Mi piaceCommentaCondividi

Camera Penale di Firenze

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La Camera Penale di Firenze è la libera associazione dei penalisti fiorentini ed aderisce all'Unione delle Camere Penali Italiane. https://www.camerapenalefirenze.it/

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